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l'AlterBlog di Andrea Bolfi

Categoria: Borghi d’Italia

Claude Monet a Dolceacqua

“…il luogo è superbo, vi è un ponte che è un gioiello di leggerezza…” (Claude Monet)

Se potessimo tornare indietro nel tempo ed essere lì, su questo meraviglioso ponte sul torrente Nervia nel gennaio 1.884, potremmo assistere Claude Monet mentre dipinge l’abitato di Dolceacqua con appositi colori giunti per l’occasione da Torino. Potremmo farci avanti con la galanteria dell’epoca, presentarci e invitare lui e il suo amico Pierre-Auguste Renoir a bere assenzio e perché no; discutere dei poeti decadenti francesi. Charles Baudelaire era mancato soltanto una manciata d’anni prima.

Dolceacqua e il suo ponte un gioiello

Consiglio di leggere le appassionate lettere che l’artista scriveva alla compagna, ossessionato nella ricerca della perfezione tecnica:

“Lavoro come un forsennato su sei tele al giorno. Faccio molta fatica, poiché non riesco ancora a cogliere il tono di questo paese; a volte sono spaventato dai colori che devo adoperare, ho paura di essere terribile, eppure sono ancora ben al disotto; è atroce la luce” (Bordighera, 29 gennaio 1884).

Si respira arte tra i carruggi

Monsieur Monet trascorse a Dolceacqua due settimane, alla fine del 1.883; e si innamorò a tal punto del luogo, che ritornò all’inizio dell’anno successivo e si fermò altri sei mesi, tuttavia la compagna non ne fu felicissima, che porteranno l’artista a dipingere opere immortali; oggi vanto dei musei più importanti al mondo.

Il ponte

Il ponte di Dolceacqua è un capolavoro di armonia e di eleganza di forme, formato di un solo arco a tutto sesto di circa 32 metri di luce risalente al 1.400. I vostri sguardi saranno rapiti dal ponte e a maggior ragione vi fermerete guardando in alto il maestoso:

Castello dei Doria

Il castello appartenne inizialmente ai Conti di Ventimiglia e ne abbiamo la prima citazione in un documento nel 1.177. In seguito verrà acquistato dalla potente famiglia genovese Doria. Al centro di numerosi conflitti, assedi e aspre lotte tra guelfi e ghibellini, oggi risulta rimaneggiato, ma nonostante questo non perde il suo fascino strategico e la sua imponenza. I viandanti dovevano restare affascinati da quei verticalismi, dalle pietre d’angolo; un pò come oggi restiamo a bocca aperta ammirando i film fantasy, rapiti dagli arazzi, dagli interni affrescati, dai bastioni laterali e dalla torre centrale. Quanto darei per recitare i miei versi, terminando ebbro di rossese, il famoso vino di Dolceacqua.

Si intende bene quanto sia fondamentale l’architettura difensiva dei borghi liguri

Il borgo

Sono ricchi di suggestione i carruggi, che s’inerpicano verso il castello attraverso un dedalo di salite, scalinate sormontate da archi in pietra che uniscono i palazzi e le case.

La luce filtra con difficoltà creando un’atmosfera magica e surreale.

La storia della michetta

L’Italia è i suoi borghi che ne fanno la storia. C’era una volta… una bellissima fanciulla Lucrezia e il suo promesso sposo Basso. Ma purtroppo in quel periodo regnava il nobile più controverso della famiglia Doria: il Marchese Imperiale, egli aveva purtroppo introdotto la crudele usanza dello jus primæ noctis. Saputo del matrimonio dei giovani, fece rapire la sfortunata Lucrezia, che si ribellò e finì suo malgrado nelle segrete del castello e si lasciò morire.

Basso, distrutto dal dolore, decise di vendicarsi e con l’aiuto del paese arrivò al cospetto del tiranno e lo costrinse ad emettere un nuovo editto per annullare la barbarie. Da quel giorno ogni 16 agosto le ragazze del paese preparano la michetta volendo ricordare una così grande vittoria ed il sacrificio di Lucrezia, decisero di creare un dolce commemorativo. Impastando la farina con uova, zucchero ed olio in forme che rappresentano un’evidente allusione al sesso femminile. [Uomini, la michetta la diamo a chi vogliamo noi]. Così dopo 700 anni, ogni anno si ricorda la povera Lucrezia, come l’eroina che che ha liberato tutte le donne del paese dall’ignobile violenza. Si dice che Lei in ogni caso torni, accendendo di mistero le notti d’estate nel castello.

I borghi più belli d’Italia: Castelvecchio di Rocca Barbena.

Il borgo arroccato sulla montagna. Una fortezza inespugnabile, gli assedi, i carruggi, la pietra, le stelle e un bandito “gentiluomo” alla corte dei Savoia.

I Liguri…

gente di mare e di montagna come pochi nel mondo. Abbiamo colmato il pianeta, d’arte, di entusiasmo e pietra: l’abbiamo issata con il sudore, la grinta, oltre l’ostacolo, oltre oceano, dipingendo le pagine della storia con il sangue e la poesia. Pur conoscendone i limiti, noi indegni mortali, siamo la nostra Terra.

La pietra verticale, l’eleganza della costruzione

Con emozione ed entusiasmo provo a raccontarvi una storia che ci porta molto lontano a Castelvecchio di Rocca Barbena:

è un borgo stupendo arroccato sulla montagna a pochi passi dal mare. Un abitato di pura sostanza e pietra come solo gli antichi padri potevano concepire, dove la notte s’ammanta di stelle e i daini pascolano indisturbati. Il primo insediamento urbano, risalirebbe al I secolo d.c. successivamente ne abbiamo notizia come importante feudo dei Marchesi di Clavesana. A seguito di alterne lotte e conflitti e matrimoni tra casate ne diviene proprietaria la potente famiglia dei Del Carretto, che possiamo trovare anche a Finalborgo.

Il borgo visto dal belvedere, in alto il castello

Il Castello maniero è esempio perfetto di architettura militare, eretto su un poggio sovrastante il borgo medievale; è stato ampliato dai Marchesi di Clavesana nel XI sec., venne duramente danneggiato dall’assedio dei soldati della Repubblica di Genova nel 1.672. È documentato inoltre nel corso del 1.746 un assedio delle truppe austro-piemontesi, nell’intento di risollevare la popolazione contro la vigente dominazione genovese. Quasi cinquant’anni dopo, nel 1.795, il territorio fu interessato dai fatti d’armi tra l’esercito francese e ancora le truppe austro-sarde nella battaglia di Loano.

Come ancorata a queste pietre una leggenda d’armi ci riporta le peripezie di un mercenario: ribelle alle prepotenze ed ai soprusi dei nobili che mortificavano e umiliavano il popolo e dal popolo guardato con simpatia.

Tale Messere, Sebastiano Contrario citato nel memoriale autografo del duca Carlo Emanuele II (1668-1672) di Savoia che seppur lo individui quale “suddito bandito catalogato” del Piemonte, lo incaricherebbe segretamente affinché si renda protagonista di scorrerie nei territori genovesi, come risulta accertato in un manifesto diretto alla popolazione dei paesi occupati dalle truppe piemontesi (15 giugno 1672). Il suo compito e della sua masnada, infatti, è quello di assalire e depredare come atto di guerriglia le carovane genovesi che attraversavano quei territori a confine con la Repubblica e di far base e difendere Castelvecchio. Bastian Contrario e i suoi attaccavano e depredavano anche viandanti piemontesi. Da queste azioni contrastanti e di insubordinazione si fa derivare l’antonomasia con accezione negativa di chi si pone sempre e comunque in conflitto. A seguito della disastrosa vicenda bellica sabauda che vide l’assedio di Castelvecchio e la successiva caduta in mano genovese del 1.672, il bel Bastian sarebbe morto probabilmente nell’esplosione della santa barbara del forte, secondo altre fonti catturato e impiccato dai Turchini genovesi o gettandosi dal dirupo della fortezza con una ciocca di capelli dell’amata tra le mani. Secondo quanto riportato anche dallo scrittore novarese Luigi Gramegna, autore del romanzo “Bastian Contrario – Un bandito piemontese del XVII secolo”.

Una storia d’armi, che ci giunge dal passato per raccontare chi siamo e donde veniamo.

La bella e aperta piazza principale

Dal maniero è particolarmente suggestiva la visuale sul borgo e sull’intera vallata, purtroppo oggi è chiuso al pubblico. Tuttavia esiste un sentiero “du Castagneu” ad anello che attraversa il borgo e circumnaviga l’intero castello tra strapiombi e panorami mozzafiato. Si può arrivare da Sud, da Albenga, e Zuccarello o da Nord da Garessio giù per la Val di Neva, oppure da Est da Toirano e Balestrino. Oltre il paese verso Balestrino troverete un comodo parcheggio, da qui è particolarmente suggestiva la visuale sul borgo e sull’intera vallata. Da Castelvecchio parte un sentiero che porta ai ruderi della rocca situata sopra il borgo di Zuccarello.

Restate connessi perchè un amico ha promesso di farmi conoscere i segreti nascosti del borgo di montagna così vicino al mare.
(fonti: wikipedia e varie per internauti)

Triora il borgo più bello

Come spesso capita, ci troviamo a girare il mondo lontano; per lavoro o per turismo e “colpevolmente” spesso si tralascia il mondo più vicino a noi.

Un pomeriggio in alta valle Argentina

Per un viaggio a Triora “tranquillo” vi consiglio di uscire ad Arma di Taggia e risalire la Valle Argentina, passando per Badalucco e sfilando Molini di Triora fino agli 865 metri di uno dei borghi più belli.

Noi, tuttavia abbiamo optato per un percorso più movimentato: dalla stupenda Dolceacqua che lasceremo a destra e che sarà oggetto di un successivo e specifico articolo. Risalendo la Val Nervia si raggiunge la cittadina di Pigna che ci dà subito il benvenuto come solo le città di montagna sanno fare, sfilando lenti ulivi. La SP 65 è a tutti gli effetti una strada d’alta quota; ricordate di informarvi sulle condizioni meteo e generali, prima di percorrerla: è asfaltata completamente, ma è molto stretta e conviene segnalare acusticamente spesso ai bikers che spesso la percorrono al contrario. Da Pigna a Molini di Triora calcolate 24 Km di tornanti, panorami mozzafiato verso il mare e boschi di castagni e roveri nella zona in ombra e selvaggi bellissimi pascoli.

Triora il paese delle streghe

Vi apparirà dopo molti tornanti nel bosco fittissimo, adagiata sulla costa opposta e già vi sembrerà irraggiungibile, come già doveva apparire nel medioevo: una fortezza genovese inespugnabile. L’interno dell’abitato, nasconde la parte più interessante, i carruggi in pietra rappresentano un dedalo mai visto prima. Gli stessi carruggi del centro storico a Genova si aprono verso il cielo e non ostante l’altezza dei palazzi consentono, alzando lo sguardo, una soluzione, una via di fuga. A Triora no! La sensazione è di un affascinante labirinto claustrofobico che non porta a nulla, anzi spinge verso sé stessi a riflettere, forse a espiare. Un dedalo di case, mura e volte e svolte, come in un quadro di Escher. Ricordate, gli incubi di Tiziano Sclavi, padre di Dylan Dog? Le case si deformano e la pietra cambia dimensione; declina con una prospettiva sbagliata: sanguinosa.

I verticalismi e le case mi ricordano le meravigliose ambientazioni di H.P. Lovercraft con i suoi deliri.

In provincia di Imperia, uno splendido borgo di ∼200 abitanti, alle 3 del pomeriggio, è completamente deserto, silenzioso, direi “inospitale”, con un’anima tutta da scoprire.

A questo proposito, ci tengo a specificare che si tratta di osservazioni e opinioni di me medesimo, indegno poeta e incline alla suggestione.

Il processo alle streghe

Entrando nel paese ho comunque provato sensazioni “complesse” che gli abitanti cavalcano alla perfezione: tutto qui fa riferimento all’anno domini 1.587. Ricordo che siamo già nell’Età Moderna. In quel periodo a seguito di una pesante carestia l’inquisizione realizzò il più grande processo per stregoneria della storia italiana e forse europea. Conosciamo tutti i nomi delle oltre 30 ragazze perseguitate dal fanatismo e dall’ignoranza, consegnate dai loro concittadini. Non conosciamo la sorte di ognuna anche se è tristemente facile supporre che il dolore sia stato Grande, e da quello si deve partire se effettivamente si vuole migliorare il futuro dei nostri figli su questo pianeta.

Infatti quanta violenza ancora oggi, dobbiamo annoverare tra le nostre case.

La famosa “cabotina” zona dove le streghe, secondo l’accusa erano solite ritrovarsi per i sabba e danzare con il demonio

Come racconta nel suo romanzo bellissimo “La chimera” Sebastiano Vassalli sono mogli, sorelle e figlie nostre. Eredità scomoda del nostro italico modus vivendi.

Non posso dirvi se la sensazione provata è direttamente collegata alla pura e primordiale sofferenza provata dalle persone in questi luoghi, oppure c’è di più: qui sembra infatti spezzarsi quella sorta di equilibrio con il male, quell’aura di serenità respirata nei luoghi cosiddetti “normali” dove l’energia del bene ha il sopravvento sulle influenze delle coordinate sulfuree*. E chissà perché la collegiata era diretta dai monaci disciplinati bianchi, che troviamo anche nel romanzo di Vassalli a Zardino, quando si parla di streghe e demoni.

La piazza del paese e l’imponenza austera della parrocchiale

È mia intenzione esortarvi nell’intraprendere il viaggio verso l’alta Valle Argentina, le Alpi Liguri, i borghi, il cibo, le tradizioni, sono quanto di meglio l’Italia possa offrire, Triora da questo punto è una delle mete più suggestive. Non dimenticate di gustare il pane di Triora: scuro, cotto su tavole di legno cosparse di crusca, questo tipo di cottura, conferisce al pane di Triora una crosta più dura di tutti gli altri pani, mantenendo l’interno morbido e compatto. Fa parte dell’associazione dei 37 pani d’Italia. È delizioso spalmato con il bruzzo, ricotta di pecora fermentata con erbe e spezie dal sapore forte, leggermente piccante; a seconda del tempo di stagionatura.

Oggi la storia macabra di Triora rivive nel Museo Etnografico e della Stregoneria, che mostra i documenti dei processi, le ricostruzioni degli interrogatori.

Il borgo si vive all’interno dei cunicoli e delle grotte scavate nella pietra

Il borgo è colorato da murales a tema divertenti e flolkloristici

*Faccio cenno alle ispirate parole del libro di Quirino Principe: La terra, la donna, il diavolo, il libro.

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