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Costruire Cultura

l'AlterBlog di Andrea Bolfi

Galeria 13 bis Artesala in 5 de Majo

BIS13

Ho vissuto più di due anni a Santiago di Queretaro e ho imparato a vivere i suoi colorati andadores, conoscere la sua amabile gente. Respirare i profumi alimentando direttamente i bisogni dello spirito. Così quando ho trovato una nuova galleria, la BIS13 sono entrato curioso: ho trovato due ragazzi gentili e raffinati, due artisti che mi hanno presentato i loro lavori. Sono Claudia Padilla Peña, e Juan Alatriste.

He vivido en Santiago de Querétaro durante más de dos años y he aprendido a vivir sus pintorescos andadores, a conocer a su gente encantadora. Respira los perfumes directamente alimentando las necesidades del espíritu. Entonces, cuando encontré una nueva galería, las BIS 13, entré curioso: encontré dos tipos amables y rafiante, dos artistas que me presentaron sus obras. Soy Claudia Padilla Peña y Juan Alatriste.

Claudia Padilla Peña, titulo: Inspiraciòn

Claudia Padilla Peña, titulo: Pensamientos 90×60

Claudia Padilla Peña, titulo: Venu suculentu 100×60

Claudia Padilla Peña, Titulo: La espera, Tecnica: acrilico sobre tela, Medidas: 80 x 60 cm, Año: 2018

Artesala BIS13

Floriana Porta. Una verità da scoprire lentamente…

La genesi incerta dell’immaginario

Artista poliedrica e raffinatissima Floriana Porta ci conduce su strade poetiche ed emozionali di rara intensità. Ho scoperto lentamente prima le sue poesie e gli haiku, poi gli acquerelli quindi le sue foto, dove ella indaga la connessione tra immagine astratta, realtà e sentimenti. Concentrandosi su segni luminosi finalizzati a differenti approcci alla realtà; combinando con sapienza in modo eterogeneo i livelli di comprensione.

Certo come sapete bene, queste sono le pagine che piacciono a costruirecultura, perchè è con la costruzione di un’emozione che si cambia il mondo, che si rispetta di più il prossimo e si ama la vita e tutto ciò che è. I suoi haiku sono delicati come i petali e gli sguardi che dipinge.

La sua poesia è fotografia di un momento, una verità da scoprire lentamente, una bellezza segreta e profondissima. Questi alcuni versi dalla sua raccolta “La mia non è poesia” nei quali Floriana si presenta e traccia la rotta:

  • LA MIA NON È POESIA
    la mia non è poesia
    è una strada sterrata
    una nebbia che s’infittisce
    un incedere a tentoni
    la mia non è poesia
    è il suono del diapason
    un abito di seta
    una figura a metà cancellata
    in fondo cerco solo d’imprimere
    i miei versi sulla carta
    la mia non è poesia

Sensuali e misteriose

  • IL MIO POETARE
    ha maturato con forza
    il caldo seme del mio poetare
    involucro verbale
    nato per sorprendere e incantare
    involucro di dettagli
    rarefatti e profondamente vivi
    involucro che nasce
    da un accordo di incensi e resine
    involucro che resiste
    nel tempo immobile del presente
    non esiste confine più puro
  • L’ANIMA
    sembra solo disegnata
    l’anima, sempre legata
    all’orizzonte del ritorno,
    verso il telos della bellezza
    va a toccare il punto
    d’incontro di due eternità
    e poi di nuovo
    a fondo nella carne
  • CIÒ CHE È STATO VISSUTO
    tutto sembra tornare
    e trovare un posto
    a una sola parola
    dal tuo sguardo
    dalla prossima fioritura
    dall’argilla e dal fuoco
    e ogni tanto appare
    ciò che è stato vissuto
    terre e popoli
    in cui i vivi e i morti
    trovano la voce di chi ha accolto
    l’incarico di raccontarli

Riprendo dal suo sito alcune critiche molto interessanti:

https://florianaportablog.wordpress.com/

Sono poesie che testimoniano un’ispirazione accesa, e che rimandano a una concezione spirituale e cosmica della natura e dell’essere umano […] mi piace la filosofia che ne sta al fondo, che credo sia nutrita di misticismo orientale, della magica fusione di materia e spirito, in cui la Luce diventa la vera suprema forma di energia per ciascuna anima. La sua ricerca è nella direzione giusta, le sue immagini si sciolgono in una specie di candido bagliore psichico. Giuseppe Conte (poeta, narratore e saggista)

Questa è la poesia di Floriana Porta: una riflessione esistenziale di fronte all’immensità; per questo è una poesia ariosa, in cui circolano l’aria che è vita e la luce che è tensione di ricerca della verità. Ma è anche poesia che si concentra nel tempo e sul tempo, perché questa è la dimensione autentica del nostro vivere nel ricordo del passato, nell’immediatezza del presente, nella tensione verso il futuro, sempre sostenuta dalla speranza. Rosa Elisa Giangoia (insegnante, scrittrice e saggista)

Una spirale armoniosamente concepita si eleva tra ricordi, figure, illusioni, sussurri, in un impetuoso rincorrersi di versi, quasi sempre brevi e fantasmagorici. La “parola” accarezzata nel ritmo ordinato, si avvinghia prepotente alle acerbe stagioni, ai sorrisi timidi o timorosi, ai ricordi che sbiadiscono, agli ascolti affettuosi, alle memorie che le labbra pronunciano calde, alle melodie del mare, imprigionato o confuso dalle fluide evanescenze, alle solitarie purezze di una poesia incompiuta, al sommesso coro della malinconia. Floriana Porta, tra sogno e veglia, tra brevi gioie e delicati umori, tra il vicino abisso del nulla e la vanità delle assenze, con perizia personale intreccia la sua avventura rifugiandosi nella poesia. Antonio Spagnuolo (scrittore, critico e poeta)

Floriana Porta è nata a Torino nel 1975, vive a Vinovo e fin da piccola ha manifestato un grande talento artistico. La sua opera - poetica e figurativa - si dispiega fra la natura, la bellezza, l’introspezione e il sogno, elementi imprescindibili della sua riflessione esistenziale. Uno stile, il suo, caratterizzato da raffinatezza, contemplazione e armonia. Ha esposto nell’Astigiano e nel Torinese. In poesia ha pubblicato 9 libri e haiku. I temi principali della sua poetica sono: il tempo, le forze cosmiche, la ricerca dell’essenzialità. Poesie dell’autrice e recensioni alle sue opere sono riportate in numerosi blog, siti, riviste e antologie.
Contatti:
http://florianaportablog.wordpress.com
http://www.instagram.com/floriana.porta
http://www.facebook.com/floriana.porta

Pink Floyd Legend a real performance

PINK FLOYD LEGEND – The Real Pink Floyd Experience

Dopo un tour in molte piazze italiane è tornato al Teatro Colosseo di Torino lo spettacolo evento “ATOM HEART MOTHER”.

Lo scorso aprile mio figlio, che ha sedici anni, mi chiese di poter vedere i Pink Floyd, mostrandomi una locandina con una mucca con lo sguardo perso. Tanto triste quanto dispiaciuto risposi che purtroppo non era possibile rivederli, i Floyd. Già posso sentirmi fortunato di aver assistito a due concerti epici in Torino, al Comunale e al Delle Alpi e di essermi perso Venezia solo perché svolgevo il servizio di leva. In ogni caso mosso da un certo entusiasmo, accondiscesi e mi ritrovai a prenotare l’evento dei Pink Floyd Legend, che non conoscevo. L’attesa è stata spasmodica e quella sera di venerdi, arrivavo da Milano a rotta di collo cercando di non farmi inghiottire dalla tangenziale. Dopo un parcheggio non proprio agevole, eccomi dentro per ascoltare la performance dei PFL, che dal 2005 propone eventi sensazionali in omaggio alla musica della storica rock band britannica. Ero emozionato e commosso: mio figlio sedeva con me. Fu come ritornare ad ascoltare il primo disco acquistato con i primi soldi miei. Animals… appunto.

Pink Floyd Legend al Colosseo di Torino il 6/12/19. Lo sfondo riporta alla cover di Animals.

Non voglio raccontarvi di un concerto, per quello ci sono i giornali e il WEB dove troverete dettagli e video. Io voglio regalarvi le emozioni di una performance vissuta, offrirvi le sensazioni fluide di un calice che trabocca. La maggior parte delle mie poesie dei miei racconti, li ho scritti ascoltandoli, riprendendo diverse volte lo stesso “solco” di Ummagumma o di Meddle. I PFL riprendono lo stile, quasi lo perfezionano in un’incalzante accelerazione emotiva: una reale tempesta multisensoriale. La prima parte del concerto è stata un vero tributo/requiem per gli indimenticabili Syd Barrett e Rick Wright nei caleidoscopici effetti luminosi. Sono rimasto assente per un tempo indefinito, assorto, rapito dalle emozioni, osservando mio figlio, volendo carpire i suoi pensieri, in qualcosa che può somigliare alla nostalgia di un tempo passato. Ma faccio il poeta e so godermi questi attimi di astrazione senza disagio, nè ansie.

Le coriste di The Dark Side of the moon, mi hanno trasmesso emozioni fortissime

Una performance che diventa un trionfo dell’anima musicale nel sogno siderale, l’emozione pura per un microcosmo realizzato su misura per ciascuno di noi. Qualcuno una volta mi disse: “questo è un buon momento per morire…”. Naturalmente, si esagera, ma solo fino a un certo punto.Ogni spettatore si è lasciato trasportare; ogni atomo e molecola vibrava positività e dopo 2 ore e 45, lo spettatore “medio” del Colosseo si era trasformato nel rocker entusiasta e navigato sotto il palco.

Nella seconda parte è entrato in scena un gruppo di coristi e di fiati, un centinaio di persone hanno dato vita alla suite sinfonica di ATOM HEART MOTHER, usufruendo degli spartiti originali di Ron Geesin musicista e compositore d’avanguardia scozzese.

Atom Earth Mother al Colosseo

Atom Heart Mother

è la famosa suite LP dei PINK FLOYD dal titolo di un articolo di giornale che riportava la notizia di una donna in attesa di un bambino, tenuta in vita da un pace-maker atomico.

Abbiamo vissuto un evento memorabile, una speciale vera, reale esperienza musicale. Una REAL PINK FLOYD EXPERIENCE

Chi sono i Pink Floyd Legend?

Riprendo alcune informazioni dal loro bellissimo sito:

Oltre 100.000 spettatori in poco più di dieci anni di attività in sedi prestigiose come l’Auditorium Conciliazione di Roma, lo Sferisterio di Macerata, l’Anfiteatro Romano di Ostia Antica, il Teatro degli Arcimboldi di Milano.
I PFL progettano e realizzano spettacoli tematici legati alla carriera musicale dei Pink Floyd. Show perfetti, frutto dello studio approfondito delle partiture e dei concerti che la band inglese ha proposto nel corso degli anni. La strumentazione originale dell’epoca: dalla Fender Black Strat al Fender Precision, dal Farfisa Compact Duo al Binson Echorec, dal Minimoog alla Gibson Les Paul, fino al gigantesco Gong di Live at Pompeii. I Pink Floyd Legend sono: Fabio Castaldi bass&vocals, Alessandro Errichetti guitar&vocals, Simone Temporali keyboards&vocals, Emanuele Esposito drums, Paolo Angioi guitar&vocals, Maurizio Leoni sax.

Le città invisibili

Le città invisibili di Italo Calvino

Testi e foto di Andrea Bolfi

Il racconto di Italo Calvino, pubblicato nel 1972, rappresenta un viaggio nel sogno, un dialogo meraviglioso e moderno tra Marco Polo e l’imperatore dei tartari Kublai Khan; egli ha affidato a Marco il compito di perlustrare il suo impero e riportargli notizie riguardanti le condizioni in cui versa.

Non c’è un climax immediato con una trama definita si tratta di un viaggio onirico tra realtà e fantasia, nel quale il grande  esploratore Marco Polo racconta al potentissimo imperatore le città che ha visitato. Diciamo subito che le città raccontate sono frutto di fantasia, ma è altresì vero che in ogni città, Marco ritrova e presenta un po’ della sua serenissima Venezia. Specchiandosi nei suoi canali in un gioco che vuol essere sciarada infinita.

Ho pensato che Dolceacqua fosse un bell’esempio di città invisibile pensata da Calvino.

Amo molto Italo Calvino, anch’egli Ligure, anche se nato a Cuba nel 1923. Il dialogo tra i due si fa tanto serrato quanto amichevole, che i due rinunciano al sonno e l’imperatore è molto curioso e pende dalle labbra dello stimato mercante veneziano.

Si sa che Marco Polo visitò il Catai durante il regno di Kublai, divenendo presto un suo favorito e servendo alla sua corte per oltre diciassette anni, secondo quanto racconta egli stesso nel Milione.

Attraverso un racconto combinato, Calvino racconta 55 città, le presenta tutte con nomi di donna, effettuando voli pindarici e fantastici, come se fosse equilibrista sul filo tirato tra i poliedri opachi sull’orizzonte, sugli spettri di altre cuspidi, tra le periferie e il mare di finestre. E’ una visione talvolta distopica della città e delle sue architetture, con il suo caos e le sue contraddizioni, pur mantenendo ben salda la convinzione che l’essere umano potrà farcela solo attraverso quel filo che allaccia tutti gli esseri viventi, in una lotta serrata e universale. In ogni città tutto è fermo e tutto è in movimento, non sapremo mai se siamo noi a viverle o le città a possedere noi; è in questa metafora che si gioca la grandezza e la geniale intuizione: raccontare le città, invisibili comunque, per raccontare l’universo e il genere umano. Lo scopo è intrattenere, sorprendere, conoscere, far riflettere, portare in evidenza attraverso una letteratura di tipo combinatorio, strutturale, rigorosa nel sinottico costruito.

Riomaggiore

“Alcuni ci vengono a lavorare, altri ci vengono a dormire.”

Senza risparmiare le contestazioni al sistema per quanto riguarda la civiltà dei consumi, e già si alzava alto il grido nel rispetto dell’ambiente, auspicando urbanistiche rispettose e alla portata dell’utilizzatore principale: l’uomo. Anche se nella città dei giusti si nasconde una semenza maligna: quella certezza e orgoglio di essere sempre nel giusto.

In conclusione vi rimando al libro da leggere con un pò di tranquillità e concentrazione e alla bella post-fazione di Pier Paolo Pasolini, a Dylan Dog e alle sue città d’altrove, ambientate in diversi e possibili mondi paralleli. Per un approfondimento architettonico vi rimando anche a Xilitla la città fantastica disegnata e costruita dal poeta surrealista Sir Edward William Frank James nella foresta pluviale subtropicale tra le montagne nei pressi della Sierra Gorda, nel Messico Centrale. Si tratta di un giardino labirinto di cascate e piscine naturali intrecciate con imponenti sculture surrealiste, composte da gradini, rampe, ponti e passerelle strette e tortuose che attraversano le pareti della valle e che non portano mai a nulla, se non a sé stessi. Non escludo che Calvino si sia ispirato proprio anche a questo luogo.

I carruggi di Castelvecchio di Rocca Barbena

Immagine in evidenza:
le case in costruzione nell'hinterland della città di Mumbai

Alcuni nomi delle città fantastiche raccontate nel dialogo da Marco Polo: Diomira, Isidora, Dorotea, Zaira, Anastasia, Tamara, Zora, Despina. Attenzione anche ai sottotitoli particolarmente accattivanti: Le città e la memoria, Le città e il desiderio, Le città e i segni, Le città sottili…

Buona Lettura e Buone Feste!

La regola dell’orizzonte di Alessandra Paganardi

Lo avevamo già scritto, ma oggi sento il bisogno di ribadirlo: la poesia deve essere un punto di riferimento nel mondo culturale. Abbiamo bisogno di “cibo” diverso, di terminare in quel vortice delle passioni che ci faccia vibrare di gioia, e di rabbia se necessario, nella società e nelle città, per difendere l’ideale del miglioramento. Un nuovo appuntamento accattivante e stimolante con la poesia a voce alta, che ci porti direttamente là dove nasce il sentimento poetico proprio di tutti gli esseri viventi pensanti.

La bellissima spiaggia di Seitan a Creta: “La regola dell’orizzonte”

Alessandra Paganardi ci legge:

La regola dell’orizzonte

In fotografia, questa regola ci aiuta a  dividere il piano in tre parti uguali, l’orizzonte deve stare vicino a una delle due linee che dividono il piano, è molto adatta infatti per la composizione dei paesaggi. Pensate che una fotografia  con l’orizzonte esattamente in mezzo, causerà indifferenza; se la linea sarà in basso evidenzierà il cielo, in alto il terreno. È così che si pone Alessandra nello studio poetico del Paesaggio dello sguardo. In questo caso per il poeta l’orizzonte può anche apparire storto e lo consentiamo. Non ci sono più paesi, ma luoghi simbolici e “porosi” di materia esistente, un altrove d’astrazione dove si può andare oltre ciò che la mente riesce a costruire. Quindi siamo in prossimità della: …Parte minore dell’orizzonte, nel …taglio scuro della ferrovia e nell’invidia di cemento, dove la poetessa ha buon gioco, protetta da un Angelo che è il severo guardiano dei nostri giorni: come a voler ricordare che ogni gioia devi sudarla.

Leggiamo per il nutrimento vero e il nuovo articolo #costruirecultura è dedicato alla stupefacente impressione di suoni che mi ha regalato la poesia di Alessandra Paganardi:

La chimica testarda del carbonio
Non si stancava di rifare mondi
dove non ero stata mai prevista

“La regola dell’orizzonte” edito da Puntoacapo è un bel libro di poesie, apparentemente semplice. Un concept di poesie raccolte, è un lavoro importante che che fa i conti con i sentimenti che ognuno di noi ha ancorati sul fondo. Mi è piaciuta la tecnica da non trascurare, sicuramente da leggere più volte se si vuole apprezzarne il tratto; infatti pare un flusso liquido di sillabe armonizzate in immagini. Sono versi apodittici, comunque avvolgenti e leggermente distopici:

Il ponte consumava la spiaggia
in una invidia di cemento 
sotto avari balconi strisciavi
nei corridoi d’evaporato piscio sulle scale

Da leggere a voce alta, sempre, in questo momento storico in cui la velocità e queste ansie da “social” ci fanno perdere il contatto con le cose che meritano veramente. Riprendo dalla anteprima: Questa poesia ci può aiutare a condividere il luogo di astrazione dove correggere ogni forma di conformismo, di aridità del cuore e della mente, migliorando il nostro mondo. L’orizzonte ci attirerà.

La notte trasforma tutto in poco
non sai quando saranno
le prove generali per il niente
allora aspetti il ladro
infili i passi nel fuoco
appendi il sangue alle labbra
sbrani la poca vita
che ti stringe la gola

La poetessa Alessandra Paganardi

Ho conosciuto Alessandra nel 2019 e ho avuto l’onore di scrivere la motivazione per il primo premio di poesia edita “Metropoli città di Torino”. Ho ascoltato la sua poesia a voce alta nella biblioteca, al Circolo dei Lettori di Torino, nella serata presentata da Stefano Vitale: Poesia fuori porta, il paesaggio dello sguardo.

Alessandra Paganardi è nata a Milano, città nella quale vive, insegna e scrive. Allieva per merito del collegio Ghislieri di Pavia, fin da giovanissima si occupa di poesia, coltivando anche un forte interesse per la critica letteraria, l’aforistica e la narrativa. Cercate in rete le sue numerose raccolte poetiche e immergetevi nella sua lirica. È presente con testi e contributi critici in varie riviste, siti web, manifestazioni culturali e antologie. Ha ottenuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari, è stata redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia La Mosca di Milano. Attualmente collabora con le edizioni Puntoacapo di Novi Ligure e con la rivista letteraria internazionale Gradiva.

L'immagine in evidenza rappresenta una spiaggia indiana a 200 Km a nord di Mumbai, è una foto tratta dalla personale "Le mosse".

 

Fil rouge – Kanaga Edizioni 2018

Ottobre 2019, è giunto il tempo di aprire una nuova rubrica di lettura poetica a voce alta. #costruirecultura.

Lo avevamo già scritto, ma oggi sento il bisogno di ribadirlo: la poesia deve essere un punto di riferimento nel mondo culturale. Abbiamo bisogno di “cibo” diverso, di terminare in quel vortice delle passioni che ci faccia vibrare di gioia, e di rabbia se necessario, nella società e nelle città, per difendere l’ideale del miglioramento, parafrasando il titolo che vi presenterò di seguito: quel filo rosso che deve collegare donne e uomini nella costruzione di un mondo migliore.

Un faro sempre acceso davanti alla scogliera delle coscienze spesso ottenebrate dalla fretta, dall’idiozia, dall’individualismo, dalle nubi di nulla.

Un appuntamento accattivante e stimolante che ci porti direttamente là dove nasce il sentimento poetico proprio di tutti gli esseri viventi pensanti.


Per aprire questa sezione ho scelto di leggervi i versi di:

Fil Rouge di Franca Donà

È una bella poesia semplice e intensa, quella di Franca Donà, che in ogni caso riempie il cuore con splendide immagini bucoliche ed efficaci. Accende l’emozione quando usa il fondamentale dell’enjambement:

"...e mi sorprende ancora nell'alba consegnata
all’incanto dei bagliori, tra fiori stropicciati
dai rapidi profumi e la saggezza consacrata dell’ulivo”
...

Sono come sempre le piccole cose a fare la differenza, Franca lo sa e si appende all’anima della poesia più alta, quella che ci vibra dentro una dodici corde e ci crea la pelle d’oca che ci fa galleggiare come nuvola, emozionare come fanciullini nella prima neve d’inverno.

"...Ho il tempo destinato a credere 
che nulla possa far morire ciò che sono"
...

Si ha l’impressione che ogni verso sia del tutto indipendente, fine a sè stesso in tante poesie separate, dove la sostanza diventa pura efficacia, nulla è eccesso, anche nella metrica e nella musica:

"Sai, non conosce inganno il cielo
non mente all'emozione d'un rintocco"
...

Una pulizia del verso che diventa quasi onomatopeica in Il canto delle conchiglie:

Il mio essere ostrica e perla
il dorso incollato alla roccia
lo schiaffo delle onde
e le ginocchia raccolte a proteggere il viso

All’interno di “Fil rouge” ritroviamo una determinazione che mi ricorda l’immortale Emily Dickinson, sono versi del tutto naturali e spontanei, da leggere a voce alta perché sanno di vita vera, maturata, sofferta e forse anche odiata.

Volti, civiltà precolombiane, museo antropologico Città del Messico

Riprendo dalla quarta di copertina il bel commento Emanuele Aloisi: “Il fil rouge della poetica di Franca Donà è quello che lega una parola all’altra, un verso all’altro, una lirica all’altra. Vivere il presente, qualunque sia con la coscienza che sia un attimo, come il pensiero e la poesia, in grado di scolpire nuvole…”.

Franca Donà nata a Cigliano (Vc), opera nell’ambito della psichiatria riabilitativa. Esordisce sul web con il nickname astrofelia, è presente con le sue opere in molte antologie letterarie e collabora, come autrice, a riviste e associazioni culturali. Vincitrice di premi letterari nazionali e internazionali di prestigio, ha pubblicato recentemente la silloge “Fil Rouge”, Kanaga Edizioni, nel 2015 “E non mi basta il cielo”Ed.Santoro. Sue poesie sono state selezionate per “La bottega della poesia” de La Repubblica di Torino.


Ho avuto il piacere di premiarla personalmente nell'occasione del
Premio Nazionale "Metropoli Città di Torino" il 26 ottobre 2019, presso il Palazzo della luce.

 

Claude Monet a Dolceacqua

“…il luogo è superbo, vi è un ponte che è un gioiello di leggerezza…” (Claude Monet)

Se potessimo tornare indietro nel tempo ed essere lì, su questo meraviglioso ponte sul torrente Nervia nel gennaio 1.884, potremmo assistere Claude Monet mentre dipinge l’abitato di Dolceacqua con appositi colori giunti per l’occasione da Torino. Potremmo farci avanti con la galanteria dell’epoca, presentarci e invitare lui e il suo amico Pierre-Auguste Renoir a bere assenzio e perché no; discutere dei poeti decadenti francesi. Charles Baudelaire era mancato soltanto una manciata d’anni prima.

Dolceacqua e il suo ponte un gioiello

Consiglio di leggere le appassionate lettere che l’artista scriveva alla compagna, ossessionato nella ricerca della perfezione tecnica:

“Lavoro come un forsennato su sei tele al giorno. Faccio molta fatica, poiché non riesco ancora a cogliere il tono di questo paese; a volte sono spaventato dai colori che devo adoperare, ho paura di essere terribile, eppure sono ancora ben al disotto; è atroce la luce” (Bordighera, 29 gennaio 1884).

Si respira arte tra i carruggi

Monsieur Monet trascorse a Dolceacqua due settimane, alla fine del 1.883; e si innamorò a tal punto del luogo, che ritornò all’inizio dell’anno successivo e si fermò altri sei mesi, tuttavia la compagna non ne fu felicissima, che porteranno l’artista a dipingere opere immortali; oggi vanto dei musei più importanti al mondo.

Il ponte

Il ponte di Dolceacqua è un capolavoro di armonia e di eleganza di forme, formato di un solo arco a tutto sesto di circa 32 metri di luce risalente al 1.400. I vostri sguardi saranno rapiti dal ponte e a maggior ragione vi fermerete guardando in alto il maestoso:

Castello dei Doria

Il castello appartenne inizialmente ai Conti di Ventimiglia e ne abbiamo la prima citazione in un documento nel 1.177. In seguito verrà acquistato dalla potente famiglia genovese Doria. Al centro di numerosi conflitti, assedi e aspre lotte tra guelfi e ghibellini, oggi risulta rimaneggiato, ma nonostante questo non perde il suo fascino strategico e la sua imponenza. I viandanti dovevano restare affascinati da quei verticalismi, dalle pietre d’angolo; un pò come oggi restiamo a bocca aperta ammirando i film fantasy, rapiti dagli arazzi, dagli interni affrescati, dai bastioni laterali e dalla torre centrale. Quanto darei per recitare i miei versi, terminando ebbro di rossese, il famoso vino di Dolceacqua.

Si intende bene quanto sia fondamentale l’architettura difensiva dei borghi liguri

Il borgo

Sono ricchi di suggestione i carruggi, che s’inerpicano verso il castello attraverso un dedalo di salite, scalinate sormontate da archi in pietra che uniscono i palazzi e le case.

La luce filtra con difficoltà creando un’atmosfera magica e surreale.

La storia della michetta

L’Italia è i suoi borghi che ne fanno la storia. C’era una volta… una bellissima fanciulla Lucrezia e il suo promesso sposo Basso. Ma purtroppo in quel periodo regnava il nobile più controverso della famiglia Doria: il Marchese Imperiale, egli aveva purtroppo introdotto la crudele usanza dello jus primæ noctis. Saputo del matrimonio dei giovani, fece rapire la sfortunata Lucrezia, che si ribellò e finì suo malgrado nelle segrete del castello e si lasciò morire.

Basso, distrutto dal dolore, decise di vendicarsi e con l’aiuto del paese arrivò al cospetto del tiranno e lo costrinse ad emettere un nuovo editto per annullare la barbarie. Da quel giorno ogni 16 agosto le ragazze del paese preparano la michetta volendo ricordare una così grande vittoria ed il sacrificio di Lucrezia, decisero di creare un dolce commemorativo. Impastando la farina con uova, zucchero ed olio in forme che rappresentano un’evidente allusione al sesso femminile. [Uomini, la michetta la diamo a chi vogliamo noi]. Così dopo 700 anni, ogni anno si ricorda la povera Lucrezia, come l’eroina che che ha liberato tutte le donne del paese dall’ignobile violenza. Si dice che Lei in ogni caso torni, accendendo di mistero le notti d’estate nel castello.

I borghi più belli d’Italia: Castelvecchio di Rocca Barbena.

Il borgo arroccato sulla montagna. Una fortezza inespugnabile, gli assedi, i carruggi, la pietra, le stelle e un bandito “gentiluomo” alla corte dei Savoia.

I Liguri…

gente di mare e di montagna come pochi nel mondo. Abbiamo colmato il pianeta, d’arte, di entusiasmo e pietra: l’abbiamo issata con il sudore, la grinta, oltre l’ostacolo, oltre oceano, dipingendo le pagine della storia con il sangue e la poesia. Pur conoscendone i limiti, noi indegni mortali, siamo la nostra Terra.

La pietra verticale, l’eleganza della costruzione

Con emozione ed entusiasmo provo a raccontarvi una storia che ci porta molto lontano a Castelvecchio di Rocca Barbena:

è un borgo stupendo arroccato sulla montagna a pochi passi dal mare. Un abitato di pura sostanza e pietra come solo gli antichi padri potevano concepire, dove la notte s’ammanta di stelle e i daini pascolano indisturbati. Il primo insediamento urbano, risalirebbe al I secolo d.c. successivamente ne abbiamo notizia come importante feudo dei Marchesi di Clavesana. A seguito di alterne lotte e conflitti e matrimoni tra casate ne diviene proprietaria la potente famiglia dei Del Carretto, che possiamo trovare anche a Finalborgo.

Il borgo visto dal belvedere, in alto il castello

Il Castello maniero è esempio perfetto di architettura militare, eretto su un poggio sovrastante il borgo medievale; è stato ampliato dai Marchesi di Clavesana nel XI sec., venne duramente danneggiato dall’assedio dei soldati della Repubblica di Genova nel 1.672. È documentato inoltre nel corso del 1.746 un assedio delle truppe austro-piemontesi, nell’intento di risollevare la popolazione contro la vigente dominazione genovese. Quasi cinquant’anni dopo, nel 1.795, il territorio fu interessato dai fatti d’armi tra l’esercito francese e ancora le truppe austro-sarde nella battaglia di Loano.

Come ancorata a queste pietre una leggenda d’armi ci riporta le peripezie di un mercenario: ribelle alle prepotenze ed ai soprusi dei nobili che mortificavano e umiliavano il popolo e dal popolo guardato con simpatia.

Tale Messere, Sebastiano Contrario citato nel memoriale autografo del duca Carlo Emanuele II (1668-1672) di Savoia che seppur lo individui quale “suddito bandito catalogato” del Piemonte, lo incaricherebbe segretamente affinché si renda protagonista di scorrerie nei territori genovesi, come risulta accertato in un manifesto diretto alla popolazione dei paesi occupati dalle truppe piemontesi (15 giugno 1672). Il suo compito e della sua masnada, infatti, è quello di assalire e depredare come atto di guerriglia le carovane genovesi che attraversavano quei territori a confine con la Repubblica e di far base e difendere Castelvecchio. Bastian Contrario e i suoi attaccavano e depredavano anche viandanti piemontesi. Da queste azioni contrastanti e di insubordinazione si fa derivare l’antonomasia con accezione negativa di chi si pone sempre e comunque in conflitto. A seguito della disastrosa vicenda bellica sabauda che vide l’assedio di Castelvecchio e la successiva caduta in mano genovese del 1.672, il bel Bastian sarebbe morto probabilmente nell’esplosione della santa barbara del forte, secondo altre fonti catturato e impiccato dai Turchini genovesi o gettandosi dal dirupo della fortezza con una ciocca di capelli dell’amata tra le mani. Secondo quanto riportato anche dallo scrittore novarese Luigi Gramegna, autore del romanzo “Bastian Contrario – Un bandito piemontese del XVII secolo”.

Una storia d’armi, che ci giunge dal passato per raccontare chi siamo e donde veniamo.

La bella e aperta piazza principale

Dal maniero è particolarmente suggestiva la visuale sul borgo e sull’intera vallata, purtroppo oggi è chiuso al pubblico. Tuttavia esiste un sentiero “du Castagneu” ad anello che attraversa il borgo e circumnaviga l’intero castello tra strapiombi e panorami mozzafiato. Si può arrivare da Sud, da Albenga, e Zuccarello o da Nord da Garessio giù per la Val di Neva, oppure da Est da Toirano e Balestrino. Oltre il paese verso Balestrino troverete un comodo parcheggio, da qui è particolarmente suggestiva la visuale sul borgo e sull’intera vallata. Da Castelvecchio parte un sentiero che porta ai ruderi della rocca situata sopra il borgo di Zuccarello.

Restate connessi perchè un amico ha promesso di farmi conoscere i segreti nascosti del borgo di montagna così vicino al mare.
(fonti: wikipedia e varie per internauti)

Triora il borgo più bello

Come spesso capita, ci troviamo a girare il mondo lontano; per lavoro o per turismo e “colpevolmente” spesso si tralascia il mondo più vicino a noi.

Un pomeriggio in alta valle Argentina

Per un viaggio a Triora “tranquillo” vi consiglio di uscire ad Arma di Taggia e risalire la Valle Argentina, passando per Badalucco e sfilando Molini di Triora fino agli 865 metri di uno dei borghi più belli.

Noi, tuttavia abbiamo optato per un percorso più movimentato: dalla stupenda Dolceacqua che lasceremo a destra e che sarà oggetto di un successivo e specifico articolo. Risalendo la Val Nervia si raggiunge la cittadina di Pigna che ci dà subito il benvenuto come solo le città di montagna sanno fare, sfilando lenti ulivi. La SP 65 è a tutti gli effetti una strada d’alta quota; ricordate di informarvi sulle condizioni meteo e generali, prima di percorrerla: è asfaltata completamente, ma è molto stretta e conviene segnalare acusticamente spesso ai bikers che spesso la percorrono al contrario. Da Pigna a Molini di Triora calcolate 24 Km di tornanti, panorami mozzafiato verso il mare e boschi di castagni e roveri nella zona in ombra e selvaggi bellissimi pascoli.

Triora il paese delle streghe

Vi apparirà dopo molti tornanti nel bosco fittissimo, adagiata sulla costa opposta e già vi sembrerà irraggiungibile, come già doveva apparire nel medioevo: una fortezza genovese inespugnabile. L’interno dell’abitato, nasconde la parte più interessante, i carruggi in pietra rappresentano un dedalo mai visto prima. Gli stessi carruggi del centro storico a Genova si aprono verso il cielo e non ostante l’altezza dei palazzi consentono, alzando lo sguardo, una soluzione, una via di fuga. A Triora no! La sensazione è di un affascinante labirinto claustrofobico che non porta a nulla, anzi spinge verso sé stessi a riflettere, forse a espiare. Un dedalo di case, mura e volte e svolte, come in un quadro di Escher. Ricordate, gli incubi di Tiziano Sclavi, padre di Dylan Dog? Le case si deformano e la pietra cambia dimensione; declina con una prospettiva sbagliata: sanguinosa.

I verticalismi e le case mi ricordano le meravigliose ambientazioni di H.P. Lovercraft con i suoi deliri.

In provincia di Imperia, uno splendido borgo di ∼200 abitanti, alle 3 del pomeriggio, è completamente deserto, silenzioso, direi “inospitale”, con un’anima tutta da scoprire.

A questo proposito, ci tengo a specificare che si tratta di osservazioni e opinioni di me medesimo, indegno poeta e incline alla suggestione.

Il processo alle streghe

Entrando nel paese ho comunque provato sensazioni “complesse” che gli abitanti cavalcano alla perfezione: tutto qui fa riferimento all’anno domini 1.587. Ricordo che siamo già nell’Età Moderna. In quel periodo a seguito di una pesante carestia l’inquisizione realizzò il più grande processo per stregoneria della storia italiana e forse europea. Conosciamo tutti i nomi delle oltre 30 ragazze perseguitate dal fanatismo e dall’ignoranza, consegnate dai loro concittadini. Non conosciamo la sorte di ognuna anche se è tristemente facile supporre che il dolore sia stato Grande, e da quello si deve partire se effettivamente si vuole migliorare il futuro dei nostri figli su questo pianeta.

Infatti quanta violenza ancora oggi, dobbiamo annoverare tra le nostre case.

La famosa “cabotina” zona dove le streghe, secondo l’accusa erano solite ritrovarsi per i sabba e danzare con il demonio

Come racconta nel suo romanzo bellissimo “La chimera” Sebastiano Vassalli sono mogli, sorelle e figlie nostre. Eredità scomoda del nostro italico modus vivendi.

Non posso dirvi se la sensazione provata è direttamente collegata alla pura e primordiale sofferenza provata dalle persone in questi luoghi, oppure c’è di più: qui sembra infatti spezzarsi quella sorta di equilibrio con il male, quell’aura di serenità respirata nei luoghi cosiddetti “normali” dove l’energia del bene ha il sopravvento sulle influenze delle coordinate sulfuree*. E chissà perché la collegiata era diretta dai monaci disciplinati bianchi, che troviamo anche nel romanzo di Vassalli a Zardino, quando si parla di streghe e demoni.

La piazza del paese e l’imponenza austera della parrocchiale

È mia intenzione esortarvi nell’intraprendere il viaggio verso l’alta Valle Argentina, le Alpi Liguri, i borghi, il cibo, le tradizioni, sono quanto di meglio l’Italia possa offrire, Triora da questo punto è una delle mete più suggestive. Non dimenticate di gustare il pane di Triora: scuro, cotto su tavole di legno cosparse di crusca, questo tipo di cottura, conferisce al pane di Triora una crosta più dura di tutti gli altri pani, mantenendo l’interno morbido e compatto. Fa parte dell’associazione dei 37 pani d’Italia. È delizioso spalmato con il bruzzo, ricotta di pecora fermentata con erbe e spezie dal sapore forte, leggermente piccante; a seconda del tempo di stagionatura.

Oggi la storia macabra di Triora rivive nel Museo Etnografico e della Stregoneria, che mostra i documenti dei processi, le ricostruzioni degli interrogatori.

Il borgo si vive all’interno dei cunicoli e delle grotte scavate nella pietra

Il borgo è colorato da murales a tema divertenti e flolkloristici

*Faccio cenno alle ispirate parole del libro di Quirino Principe: La terra, la donna, il diavolo, il libro.

Valle Maira. Un itinerario a contatto con il cielo.

La Valle Maira è più di…

… un itinerario estivo, un luogo ameno dove trascorrere qualche giorno di quiete lontani dalla pazza folla. E’ un luogo d’eccellenza per il turismo alpino, uno scrigno nascosto con sentieri per il trekking per tutti; paesini d’alta montagna fioriti e lunghe e verdi vallate boscose per la felicità dei bikers più esigenti, una felice meraviglia per il palato. Non a caso la CNN ha inserito i “percorsi occitani” della Valle Maira all’interno dei 23 angoli più incontaminati del pianeta, nella speciale classifica stilata nell’Aprile 2019. C’è da crederci!

Zaino in spalla. Scarponi ben allacciati, cantando alla Valle.

E se non vi bastano i sentieri, i panorami mozzafiato, le pareti verticali dell’Oronaye e delle sue vie ferrate, del Brec de Chambeyron, potrete anche trovare tesori e gemme nascoste come gli affreschi del fiammingo Hans Clemer nella parrocchiale di Elva.

La parrocchiale di Elva

 

L’affresco di Hans Clemer nella parrocchiale di Elva


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In Valle Maira ancora oggi si parla la lingua occitana-provenzale: lingua romanza, definita per la prima volta come tale da Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia insieme all’italiano e al francese. È riconosciuta in Italia come lingua minoritaria dal 1999 e che, anche grazie al suo isolamento, ha conservato peculiarità tipiche nella pronuncia e nel lessico.

E’ una valle selvaggia e incontaminata, dove la natura è indiscussa regina. Risalendo il territorio si incontrano in bassa valle frutteti e coltivazioni di grano e granoturco insieme a boschi di castagni, querce, robinie, nella zona media soprattutto faggi, mentre l’alta valle è caratterizzata da boschi di conifere fino ad arrivare a zone di pascolo e pietraie ad altitudini elevate, pinete di larici, con rarità botaniche come la stella alpina, l’achillea, il ginepro o la regina delle alpi. Nel finale d’estate, potrete raccogliere funghi porcini. Una valle che è il rifugio di una ricca fauna: lungo gli infiniti sentieri non è raro incontrare sul proprio cammino cervi e camosci, e vedrete volare alti nel cielo rapaci come la poiana magari inseguire rotonde e pacifiche marmotte. Anche diverse specie di rettili abitano la valle, come la vipera e la salamandra.

Dormire:

Abbiamo soggiornato ad Acceglio, nella famosa locanda occitana, dove avevo lavorato come sguattero nell’era del Pleistocene. L’accoglienza e la simpatia di Alessandro, Marina & team, è stata fantastica, ci hanno coccolato, per l’intera settimana di ferragosto, aiutandoci a scegliere gli itinerari giusti. Ho trovato delle piacevoli sorprese per quanto riguarda l’abitato di Chiappera: questa cittadina ai piedi del gruppo Castello – Provenzale è divenuto un giardino fiorito, con sullo sfondo lo splendido monolite, assolutamente tra le postcard da portare in città e ricordare con gusto nel lungo inverno. Anche il Vallone di Unerzio, merita una segnalazione: è bellissimo risalire i paesini con le baite e le malghe ristrutturate con il gusto dell’ambiente montano. Frere, Gheit, Chialvetta, Pratorotondo e Viviere, dove abbiamo pranzato benissimo nel rifugio.  A questo proposito vi segnalo di non partire impreparati e contattare l’ufficio informazione di Acceglio e gli autorevoli siti che presentano la valle: (invalmaira.it e visitvallemaira.it). Grazie anche all’ufficio informazione di Acceglio dove troverete personale molto preparato e accogliente.

Si staglia la Rocca Provenzale dall’abitato di Chiappera

L’interno del paese di Chiappera dopo i preziosi interventi di conservazione

La Valle Maira si trova a poche ore da Torino e Genova.

Adagiata tra le Alpi Cozie, vicino al confine francese, è attraversata dalla strada provinciale SP422, partendo da  Dronero, raggiungendo Stroppo, fino a Chiappera, passando dal capoluogo Acceglio.

La Valle Maira ha anche un ricco carnet di proposte estive, la proloco di Marmora mi segnala il “Val Mairo Chanto 2019” 11° Festival della coralità folkloristica alpina che si terrà a Marmora dal 31 agosto al 1 settembre. Per informazioni allego locandina dell’evento.

Panorama e relax dal rifugio di Viviere nel Vallone di Unerzio

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