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Costruire Cultura

l'AlterBlog di Andrea Bolfi

La regola dell’orizzonte di Alessandra Paganardi

Lo avevamo già scritto, ma oggi sento il bisogno di ribadirlo: la poesia deve essere un punto di riferimento nel mondo culturale. Abbiamo bisogno di “cibo” diverso, di terminare in quel vortice delle passioni che ci faccia vibrare di gioia, e di rabbia se necessario, nella società e nelle città, per difendere l’ideale del miglioramento. Un nuovo appuntamento accattivante e stimolante con la poesia a voce alta, che ci porti direttamente là dove nasce il sentimento poetico proprio di tutti gli esseri viventi pensanti.

La bellissima spiaggia di Seitan a Creta: “La regola dell’orizzonte”

Alessandra Paganardi ci legge:

La regola dell’orizzonte

In fotografia, questa regola ci aiuta a  dividere il piano in tre parti uguali, l’orizzonte deve stare vicino a una delle due linee che dividono il piano, è molto adatta infatti per la composizione dei paesaggi. Pensate che una fotografia  con l’orizzonte esattamente in mezzo, causerà indifferenza; se la linea sarà in basso evidenzierà il cielo, in alto il terreno. È così che si pone Alessandra nello studio poetico del Paesaggio dello sguardo. In questo caso per il poeta l’orizzonte può anche apparire storto e lo consentiamo. Non ci sono più paesi, ma luoghi simbolici e “porosi” di materia esistente, un altrove d’astrazione dove si può andare oltre ciò che la mente riesce a costruire. Quindi siamo in prossimità della: …Parte minore dell’orizzonte, nel …taglio scuro della ferrovia e nell’invidia di cemento, dove la poetessa ha buon gioco, protetta da un Angelo che è il severo guardiano dei nostri giorni: come a voler ricordare che ogni gioia devi sudarla.

Leggiamo per il nutrimento vero e il nuovo articolo #costruirecultura è dedicato alla stupefacente impressione di suoni che mi ha regalato la poesia di Alessandra Paganardi:

La chimica testarda del carbonio
Non si stancava di rifare mondi
dove non ero stata mai prevista

“La regola dell’orizzonte” edito da Puntoacapo è un bel libro di poesie, apparentemente semplice. Un concept di poesie raccolte, è un lavoro importante che che fa i conti con i sentimenti che ognuno di noi ha ancorati sul fondo. Mi è piaciuta la tecnica da non trascurare, sicuramente da leggere più volte se si vuole apprezzarne il tratto; infatti pare un flusso liquido di sillabe armonizzate in immagini. Sono versi apodittici, comunque avvolgenti e leggermente distopici:

Il ponte consumava la spiaggia
in una invidia di cemento 
sotto avari balconi strisciavi
nei corridoi d’evaporato piscio sulle scale

Da leggere a voce alta, sempre, in questo momento storico in cui la velocità e queste ansie da “social” ci fanno perdere il contatto con le cose che meritano veramente. Riprendo dalla anteprima: Questa poesia ci può aiutare a condividere il luogo di astrazione dove correggere ogni forma di conformismo, di aridità del cuore e della mente, migliorando il nostro mondo. L’orizzonte ci attirerà.

La notte trasforma tutto in poco
non sai quando saranno
le prove generali per il niente
allora aspetti il ladro
infili i passi nel fuoco
appendi il sangue alle labbra
sbrani la poca vita
che ti stringe la gola

La poetessa Alessandra Paganardi

Ho conosciuto Alessandra nel 2019 e ho avuto l’onore di scrivere la motivazione per il primo premio di poesia edita “Metropoli città di Torino”. Ho ascoltato la sua poesia a voce alta nella biblioteca, al Circolo dei Lettori di Torino, nella serata presentata da Stefano Vitale: Poesia fuori porta, il paesaggio dello sguardo.

Alessandra Paganardi è nata a Milano, città nella quale vive, insegna e scrive. Allieva per merito del collegio Ghislieri di Pavia, fin da giovanissima si occupa di poesia, coltivando anche un forte interesse per la critica letteraria, l’aforistica e la narrativa. Cercate in rete le sue numerose raccolte poetiche e immergetevi nella sua lirica. È presente con testi e contributi critici in varie riviste, siti web, manifestazioni culturali e antologie. Ha ottenuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari, è stata redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia La Mosca di Milano. Attualmente collabora con le edizioni Puntoacapo di Novi Ligure e con la rivista letteraria internazionale Gradiva.

L'immagine in evidenza rappresenta una spiaggia indiana a 200 Km a nord di Mumbai, è una foto tratta dalla personale "Le mosse".

 

Fil rouge – Kanaga Edizioni 2018

Ottobre 2019, è giunto il tempo di aprire una nuova rubrica di lettura poetica a voce alta. #costruirecultura.

Lo avevamo già scritto, ma oggi sento il bisogno di ribadirlo: la poesia deve essere un punto di riferimento nel mondo culturale. Abbiamo bisogno di “cibo” diverso, di terminare in quel vortice delle passioni che ci faccia vibrare di gioia, e di rabbia se necessario, nella società e nelle città, per difendere l’ideale del miglioramento, parafrasando il titolo che vi presenterò di seguito: quel filo rosso che deve collegare donne e uomini nella costruzione di un mondo migliore.

Un faro sempre acceso davanti alla scogliera delle coscienze spesso ottenebrate dalla fretta, dall’idiozia, dall’individualismo, dalle nubi di nulla.

Un appuntamento accattivante e stimolante che ci porti direttamente là dove nasce il sentimento poetico proprio di tutti gli esseri viventi pensanti.


Per aprire questa sezione ho scelto di leggervi i versi di:

Fil Rouge di Franca Donà

È una bella poesia semplice e intensa, quella di Franca Donà, che in ogni caso riempie il cuore con splendide immagini bucoliche ed efficaci. Accende l’emozione quando usa il fondamentale dell’enjambement:

"...e mi sorprende ancora nell'alba consegnata
all’incanto dei bagliori, tra fiori stropicciati
dai rapidi profumi e la saggezza consacrata dell’ulivo”
...

Sono come sempre le piccole cose a fare la differenza, Franca lo sa e si appende all’anima della poesia più alta, quella che ci vibra dentro una dodici corde e ci crea la pelle d’oca che ci fa galleggiare come nuvola, emozionare come fanciullini nella prima neve d’inverno.

"...Ho il tempo destinato a credere 
che nulla possa far morire ciò che sono"
...

Si ha l’impressione che ogni verso sia del tutto indipendente, fine a sè stesso in tante poesie separate, dove la sostanza diventa pura efficacia, nulla è eccesso, anche nella metrica e nella musica:

"Sai, non conosce inganno il cielo
non mente all'emozione d'un rintocco"
...

Una pulizia del verso che diventa quasi onomatopeica in Il canto delle conchiglie:

Il mio essere ostrica e perla
il dorso incollato alla roccia
lo schiaffo delle onde
e le ginocchia raccolte a proteggere il viso

All’interno di “Fil rouge” ritroviamo una determinazione che mi ricorda l’immortale Emily Dickinson, sono versi del tutto naturali e spontanei, da leggere a voce alta perché sanno di vita vera, maturata, sofferta e forse anche odiata.

Volti, civiltà precolombiane, museo antropologico Città del Messico

Riprendo dalla quarta di copertina il bel commento Emanuele Aloisi: “Il fil rouge della poetica di Franca Donà è quello che lega una parola all’altra, un verso all’altro, una lirica all’altra. Vivere il presente, qualunque sia con la coscienza che sia un attimo, come il pensiero e la poesia, in grado di scolpire nuvole…”.

Franca Donà nata a Cigliano (Vc), opera nell’ambito della psichiatria riabilitativa. Esordisce sul web con il nickname astrofelia, è presente con le sue opere in molte antologie letterarie e collabora, come autrice, a riviste e associazioni culturali. Vincitrice di premi letterari nazionali e internazionali di prestigio, ha pubblicato recentemente la silloge “Fil Rouge”, Kanaga Edizioni, nel 2015 “E non mi basta il cielo”Ed.Santoro. Sue poesie sono state selezionate per “La bottega della poesia” de La Repubblica di Torino.


Ho avuto il piacere di premiarla personalmente nell'occasione del
Premio Nazionale "Metropoli Città di Torino" il 26 ottobre 2019, presso il Palazzo della luce.

 

Claude Monet a Dolceacqua

“…il luogo è superbo, vi è un ponte che è un gioiello di leggerezza…” (Claude Monet)

Se potessimo tornare indietro nel tempo ed essere lì, su questo meraviglioso ponte sul torrente Nervia nel gennaio 1.884, potremmo assistere Claude Monet mentre dipinge l’abitato di Dolceacqua con appositi colori giunti per l’occasione da Torino. Potremmo farci avanti con la galanteria dell’epoca, presentarci e invitare lui e il suo amico Pierre-Auguste Renoir a bere assenzio e perché no; discutere dei poeti decadenti francesi. Charles Baudelaire era mancato soltanto una manciata d’anni prima.

Dolceacqua e il suo ponte un gioiello

Consiglio di leggere le appassionate lettere che l’artista scriveva alla compagna, ossessionato nella ricerca della perfezione tecnica:

“Lavoro come un forsennato su sei tele al giorno. Faccio molta fatica, poiché non riesco ancora a cogliere il tono di questo paese; a volte sono spaventato dai colori che devo adoperare, ho paura di essere terribile, eppure sono ancora ben al disotto; è atroce la luce” (Bordighera, 29 gennaio 1884).

Si respira arte tra i carruggi

Monsieur Monet trascorse a Dolceacqua due settimane, alla fine del 1.883; e si innamorò a tal punto del luogo, che ritornò all’inizio dell’anno successivo e si fermò altri sei mesi, tuttavia la compagna non ne fu felicissima, che porteranno l’artista a dipingere opere immortali; oggi vanto dei musei più importanti al mondo.

Il ponte

Il ponte di Dolceacqua è un capolavoro di armonia e di eleganza di forme, formato di un solo arco a tutto sesto di circa 32 metri di luce risalente al 1.400. I vostri sguardi saranno rapiti dal ponte e a maggior ragione vi fermerete guardando in alto il maestoso:

Castello dei Doria

Il castello appartenne inizialmente ai Conti di Ventimiglia e ne abbiamo la prima citazione in un documento nel 1.177. In seguito verrà acquistato dalla potente famiglia genovese Doria. Al centro di numerosi conflitti, assedi e aspre lotte tra guelfi e ghibellini, oggi risulta rimaneggiato, ma nonostante questo non perde il suo fascino strategico e la sua imponenza. I viandanti dovevano restare affascinati da quei verticalismi, dalle pietre d’angolo; un pò come oggi restiamo a bocca aperta ammirando i film fantasy, rapiti dagli arazzi, dagli interni affrescati, dai bastioni laterali e dalla torre centrale. Quanto darei per recitare i miei versi, terminando ebbro di rossese, il famoso vino di Dolceacqua.

Si intende bene quanto sia fondamentale l’architettura difensiva dei borghi liguri

Il borgo

Sono ricchi di suggestione i carruggi, che s’inerpicano verso il castello attraverso un dedalo di salite, scalinate sormontate da archi in pietra che uniscono i palazzi e le case.

La luce filtra con difficoltà creando un’atmosfera magica e surreale.

La storia della michetta

L’Italia è i suoi borghi che ne fanno la storia. C’era una volta… una bellissima fanciulla Lucrezia e il suo promesso sposo Basso. Ma purtroppo in quel periodo regnava il nobile più controverso della famiglia Doria: il Marchese Imperiale, egli aveva purtroppo introdotto la crudele usanza dello jus primæ noctis. Saputo del matrimonio dei giovani, fece rapire la sfortunata Lucrezia, che si ribellò e finì suo malgrado nelle segrete del castello e si lasciò morire.

Basso, distrutto dal dolore, decise di vendicarsi e con l’aiuto del paese arrivò al cospetto del tiranno e lo costrinse ad emettere un nuovo editto per annullare la barbarie. Da quel giorno ogni 16 agosto le ragazze del paese preparano la michetta volendo ricordare una così grande vittoria ed il sacrificio di Lucrezia, decisero di creare un dolce commemorativo. Impastando la farina con uova, zucchero ed olio in forme che rappresentano un’evidente allusione al sesso femminile. [Uomini, la michetta la diamo a chi vogliamo noi]. Così dopo 700 anni, ogni anno si ricorda la povera Lucrezia, come l’eroina che che ha liberato tutte le donne del paese dall’ignobile violenza. Si dice che Lei in ogni caso torni, accendendo di mistero le notti d’estate nel castello.

I borghi più belli d’Italia: Castelvecchio di Rocca Barbena.

Il borgo arroccato sulla montagna. Una fortezza inespugnabile, gli assedi, i carruggi, la pietra, le stelle e un bandito “gentiluomo” alla corte dei Savoia.

I Liguri…

gente di mare e di montagna come pochi nel mondo. Abbiamo colmato il pianeta, d’arte, di entusiasmo e pietra: l’abbiamo issata con il sudore, la grinta, oltre l’ostacolo, oltre oceano, dipingendo le pagine della storia con il sangue e la poesia. Pur conoscendone i limiti, noi indegni mortali, siamo la nostra Terra.

La pietra verticale, l’eleganza della costruzione

Con emozione ed entusiasmo provo a raccontarvi una storia che ci porta molto lontano a Castelvecchio di Rocca Barbena:

è un borgo stupendo arroccato sulla montagna a pochi passi dal mare. Un abitato di pura sostanza e pietra come solo gli antichi padri potevano concepire, dove la notte s’ammanta di stelle e i daini pascolano indisturbati. Il primo insediamento urbano, risalirebbe al I secolo d.c. successivamente ne abbiamo notizia come importante feudo dei Marchesi di Clavesana. A seguito di alterne lotte e conflitti e matrimoni tra casate ne diviene proprietaria la potente famiglia dei Del Carretto, che possiamo trovare anche a Finalborgo.

Il borgo visto dal belvedere, in alto il castello

Il Castello maniero è esempio perfetto di architettura militare, eretto su un poggio sovrastante il borgo medievale; è stato ampliato dai Marchesi di Clavesana nel XI sec., venne duramente danneggiato dall’assedio dei soldati della Repubblica di Genova nel 1.672. È documentato inoltre nel corso del 1.746 un assedio delle truppe austro-piemontesi, nell’intento di risollevare la popolazione contro la vigente dominazione genovese. Quasi cinquant’anni dopo, nel 1.795, il territorio fu interessato dai fatti d’armi tra l’esercito francese e ancora le truppe austro-sarde nella battaglia di Loano.

Come ancorata a queste pietre una leggenda d’armi ci riporta le peripezie di un mercenario: ribelle alle prepotenze ed ai soprusi dei nobili che mortificavano e umiliavano il popolo e dal popolo guardato con simpatia.

Tale Messere, Sebastiano Contrario citato nel memoriale autografo del duca Carlo Emanuele II (1668-1672) di Savoia che seppur lo individui quale “suddito bandito catalogato” del Piemonte, lo incaricherebbe segretamente affinché si renda protagonista di scorrerie nei territori genovesi, come risulta accertato in un manifesto diretto alla popolazione dei paesi occupati dalle truppe piemontesi (15 giugno 1672). Il suo compito e della sua masnada, infatti, è quello di assalire e depredare come atto di guerriglia le carovane genovesi che attraversavano quei territori a confine con la Repubblica e di far base e difendere Castelvecchio. Bastian Contrario e i suoi attaccavano e depredavano anche viandanti piemontesi. Da queste azioni contrastanti e di insubordinazione si fa derivare l’antonomasia con accezione negativa di chi si pone sempre e comunque in conflitto. A seguito della disastrosa vicenda bellica sabauda che vide l’assedio di Castelvecchio e la successiva caduta in mano genovese del 1.672, il bel Bastian sarebbe morto probabilmente nell’esplosione della santa barbara del forte, secondo altre fonti catturato e impiccato dai Turchini genovesi o gettandosi dal dirupo della fortezza con una ciocca di capelli dell’amata tra le mani. Secondo quanto riportato anche dallo scrittore novarese Luigi Gramegna, autore del romanzo “Bastian Contrario – Un bandito piemontese del XVII secolo”.

Una storia d’armi, che ci giunge dal passato per raccontare chi siamo e donde veniamo.

La bella e aperta piazza principale

Dal maniero è particolarmente suggestiva la visuale sul borgo e sull’intera vallata, purtroppo oggi è chiuso al pubblico. Tuttavia esiste un sentiero “du Castagneu” ad anello che attraversa il borgo e circumnaviga l’intero castello tra strapiombi e panorami mozzafiato. Si può arrivare da Sud, da Albenga, e Zuccarello o da Nord da Garessio giù per la Val di Neva, oppure da Est da Toirano e Balestrino. Oltre il paese verso Balestrino troverete un comodo parcheggio, da qui è particolarmente suggestiva la visuale sul borgo e sull’intera vallata. Da Castelvecchio parte un sentiero che porta ai ruderi della rocca situata sopra il borgo di Zuccarello.

Restate connessi perchè un amico ha promesso di farmi conoscere i segreti nascosti del borgo di montagna così vicino al mare.
(fonti: wikipedia e varie per internauti)

Triora il borgo più bello

Come spesso capita, ci troviamo a girare il mondo lontano; per lavoro o per turismo e “colpevolmente” spesso si tralascia il mondo più vicino a noi.

Un pomeriggio in alta valle Argentina

Per un viaggio a Triora “tranquillo” vi consiglio di uscire ad Arma di Taggia e risalire la Valle Argentina, passando per Badalucco e sfilando Molini di Triora fino agli 865 metri di uno dei borghi più belli.

Noi, tuttavia abbiamo optato per un percorso più movimentato: dalla stupenda Dolceacqua che lasceremo a destra e che sarà oggetto di un successivo e specifico articolo. Risalendo la Val Nervia si raggiunge la cittadina di Pigna che ci dà subito il benvenuto come solo le città di montagna sanno fare, sfilando lenti ulivi. La SP 65 è a tutti gli effetti una strada d’alta quota; ricordate di informarvi sulle condizioni meteo e generali, prima di percorrerla: è asfaltata completamente, ma è molto stretta e conviene segnalare acusticamente spesso ai bikers che spesso la percorrono al contrario. Da Pigna a Molini di Triora calcolate 24 Km di tornanti, panorami mozzafiato verso il mare e boschi di castagni e roveri nella zona in ombra e selvaggi bellissimi pascoli.

Triora il paese delle streghe

Vi apparirà dopo molti tornanti nel bosco fittissimo, adagiata sulla costa opposta e già vi sembrerà irraggiungibile, come già doveva apparire nel medioevo: una fortezza genovese inespugnabile. L’interno dell’abitato, nasconde la parte più interessante, i carruggi in pietra rappresentano un dedalo mai visto prima. Gli stessi carruggi del centro storico a Genova si aprono verso il cielo e non ostante l’altezza dei palazzi consentono, alzando lo sguardo, una soluzione, una via di fuga. A Triora no! La sensazione è di un affascinante labirinto claustrofobico che non porta a nulla, anzi spinge verso sé stessi a riflettere, forse a espiare. Un dedalo di case, mura e volte e svolte, come in un quadro di Escher. Ricordate, gli incubi di Tiziano Sclavi, padre di Dylan Dog? Le case si deformano e la pietra cambia dimensione; declina con una prospettiva sbagliata: sanguinosa.

I verticalismi e le case mi ricordano le meravigliose ambientazioni di H.P. Lovercraft con i suoi deliri.

In provincia di Imperia, uno splendido borgo di ∼200 abitanti, alle 3 del pomeriggio, è completamente deserto, silenzioso, direi “inospitale”, con un’anima tutta da scoprire.

A questo proposito, ci tengo a specificare che si tratta di osservazioni e opinioni di me medesimo, indegno poeta e incline alla suggestione.

Il processo alle streghe

Entrando nel paese ho comunque provato sensazioni “complesse” che gli abitanti cavalcano alla perfezione: tutto qui fa riferimento all’anno domini 1.587. Ricordo che siamo già nell’Età Moderna. In quel periodo a seguito di una pesante carestia l’inquisizione realizzò il più grande processo per stregoneria della storia italiana e forse europea. Conosciamo tutti i nomi delle oltre 30 ragazze perseguitate dal fanatismo e dall’ignoranza, consegnate dai loro concittadini. Non conosciamo la sorte di ognuna anche se è tristemente facile supporre che il dolore sia stato Grande, e da quello si deve partire se effettivamente si vuole migliorare il futuro dei nostri figli su questo pianeta.

Infatti quanta violenza ancora oggi, dobbiamo annoverare tra le nostre case.

La famosa “cabotina” zona dove le streghe, secondo l’accusa erano solite ritrovarsi per i sabba e danzare con il demonio

Come racconta nel suo romanzo bellissimo “La chimera” Sebastiano Vassalli sono mogli, sorelle e figlie nostre. Eredità scomoda del nostro italico modus vivendi.

Non posso dirvi se la sensazione provata è direttamente collegata alla pura e primordiale sofferenza provata dalle persone in questi luoghi, oppure c’è di più: qui sembra infatti spezzarsi quella sorta di equilibrio con il male, quell’aura di serenità respirata nei luoghi cosiddetti “normali” dove l’energia del bene ha il sopravvento sulle influenze delle coordinate sulfuree*. E chissà perché la collegiata era diretta dai monaci disciplinati bianchi, che troviamo anche nel romanzo di Vassalli a Zardino, quando si parla di streghe e demoni.

La piazza del paese e l’imponenza austera della parrocchiale

È mia intenzione esortarvi nell’intraprendere il viaggio verso l’alta Valle Argentina, le Alpi Liguri, i borghi, il cibo, le tradizioni, sono quanto di meglio l’Italia possa offrire, Triora da questo punto è una delle mete più suggestive. Non dimenticate di gustare il pane di Triora: scuro, cotto su tavole di legno cosparse di crusca, questo tipo di cottura, conferisce al pane di Triora una crosta più dura di tutti gli altri pani, mantenendo l’interno morbido e compatto. Fa parte dell’associazione dei 37 pani d’Italia. È delizioso spalmato con il bruzzo, ricotta di pecora fermentata con erbe e spezie dal sapore forte, leggermente piccante; a seconda del tempo di stagionatura.

Oggi la storia macabra di Triora rivive nel Museo Etnografico e della Stregoneria, che mostra i documenti dei processi, le ricostruzioni degli interrogatori.

Il borgo si vive all’interno dei cunicoli e delle grotte scavate nella pietra

Il borgo è colorato da murales a tema divertenti e flolkloristici

*Faccio cenno alle ispirate parole del libro di Quirino Principe: La terra, la donna, il diavolo, il libro.

Valle Maira. Un itinerario a contatto con il cielo.

La Valle Maira è più di…

… un itinerario estivo, un luogo ameno dove trascorrere qualche giorno di quiete lontani dalla pazza folla. E’ un luogo d’eccellenza per il turismo alpino, uno scrigno nascosto con sentieri per il trekking per tutti; paesini d’alta montagna fioriti e lunghe e verdi vallate boscose per la felicità dei bikers più esigenti, una felice meraviglia per il palato. Non a caso la CNN ha inserito i “percorsi occitani” della Valle Maira all’interno dei 23 angoli più incontaminati del pianeta, nella speciale classifica stilata nell’Aprile 2019. C’è da crederci!

Zaino in spalla. Scarponi ben allacciati, cantando alla Valle.

E se non vi bastano i sentieri, i panorami mozzafiato, le pareti verticali dell’Oronaye e delle sue vie ferrate, del Brec de Chambeyron, potrete anche trovare tesori e gemme nascoste come gli affreschi del fiammingo Hans Clemer nella parrocchiale di Elva.

La parrocchiale di Elva

 

L’affresco di Hans Clemer nella parrocchiale di Elva


Cliccando sul link vi porterò direttamente all'articolo.

In Valle Maira ancora oggi si parla la lingua occitana-provenzale: lingua romanza, definita per la prima volta come tale da Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia insieme all’italiano e al francese. È riconosciuta in Italia come lingua minoritaria dal 1999 e che, anche grazie al suo isolamento, ha conservato peculiarità tipiche nella pronuncia e nel lessico.

E’ una valle selvaggia e incontaminata, dove la natura è indiscussa regina. Risalendo il territorio si incontrano in bassa valle frutteti e coltivazioni di grano e granoturco insieme a boschi di castagni, querce, robinie, nella zona media soprattutto faggi, mentre l’alta valle è caratterizzata da boschi di conifere fino ad arrivare a zone di pascolo e pietraie ad altitudini elevate, pinete di larici, con rarità botaniche come la stella alpina, l’achillea, il ginepro o la regina delle alpi. Nel finale d’estate, potrete raccogliere funghi porcini. Una valle che è il rifugio di una ricca fauna: lungo gli infiniti sentieri non è raro incontrare sul proprio cammino cervi e camosci, e vedrete volare alti nel cielo rapaci come la poiana magari inseguire rotonde e pacifiche marmotte. Anche diverse specie di rettili abitano la valle, come la vipera e la salamandra.

Dormire:

Abbiamo soggiornato ad Acceglio, nella famosa locanda occitana, dove avevo lavorato come sguattero nell’era del Pleistocene. L’accoglienza e la simpatia di Alessandro, Marina & team, è stata fantastica, ci hanno coccolato, per l’intera settimana di ferragosto, aiutandoci a scegliere gli itinerari giusti. Ho trovato delle piacevoli sorprese per quanto riguarda l’abitato di Chiappera: questa cittadina ai piedi del gruppo Castello – Provenzale è divenuto un giardino fiorito, con sullo sfondo lo splendido monolite, assolutamente tra le postcard da portare in città e ricordare con gusto nel lungo inverno. Anche il Vallone di Unerzio, merita una segnalazione: è bellissimo risalire i paesini con le baite e le malghe ristrutturate con il gusto dell’ambiente montano. Frere, Gheit, Chialvetta, Pratorotondo e Viviere, dove abbiamo pranzato benissimo nel rifugio.  A questo proposito vi segnalo di non partire impreparati e contattare l’ufficio informazione di Acceglio e gli autorevoli siti che presentano la valle: (invalmaira.it e visitvallemaira.it). Grazie anche all’ufficio informazione di Acceglio dove troverete personale molto preparato e accogliente.

Si staglia la Rocca Provenzale dall’abitato di Chiappera

L’interno del paese di Chiappera dopo i preziosi interventi di conservazione

La Valle Maira si trova a poche ore da Torino e Genova.

Adagiata tra le Alpi Cozie, vicino al confine francese, è attraversata dalla strada provinciale SP422, partendo da  Dronero, raggiungendo Stroppo, fino a Chiappera, passando dal capoluogo Acceglio.

La Valle Maira ha anche un ricco carnet di proposte estive, la proloco di Marmora mi segnala il “Val Mairo Chanto 2019” 11° Festival della coralità folkloristica alpina che si terrà a Marmora dal 31 agosto al 1 settembre. Per informazioni allego locandina dell’evento.

Panorama e relax dal rifugio di Viviere nel Vallone di Unerzio

La chimera

La chimera

di Sebastiano Vassalli
La mia nuova proposta di lettura per l’estate è un romanzo storico memorabile, un vero capolavoro. Non a caso molte insegnanti lo propongono come lettura e riflessione estiva, è vincitore del Premio Strega 1990; è la storia di Antonia, abbandonata appena venuta al mondo davanti a un convento.

Il mio consiglio, come sempre, è di leggere a voce alta, percepirete la cronaca del ‘600, facendone parte. Troverete un romanzo scritto senza sconti, comunque una lettura per tutti a partire dalla seconda superiore. Prima di continuare a leggere, devo precisare che l’autore non lascia nulla alla suspence del racconto, quindi NON mi sento affatto colpevole se in queste poche righe troverete svelato il triste finale.

Sebastiano Vassalli è nato a Genova nell’Ottobre del 1941 (era coetaneo del mio papà, ndr). E’ venuto a mancare a Casale M.to nel 2015.

Un romanzo storico, sociale, intensissimo

Il racconto inizia con l’abbandono della neonata  ancora in fasce, davanti alla Pia Casa di San Michele a Novara. La bimba da quel momento non è la diretta e unica protagonista e il Vassalli dalle prime righe non ci risparmia l’epilogo. In realtà si comporta da giornalista onniscente della cronaca del tempo trascinandoci nel passato, ci costringe fisicamente a vivere questo tempo violento che è stato il 1600, in uno spaccato di corruzione e malvagità. Ma torniamo alla giovane Antonia Renata Giuditta Spagnolini che cresciuta nel convento, verrà adottata dalla famiglia Nidasio e portata nella sua casa a Zardino, il paese della bassa novarese, oggi scomparso a causa di chissà quale alluvione del fiume Sesia. Ho provato dolore e rabbia pensando alla giovane Antonia, alle sue aspettative di adolescente, trattata come un animale dalla società e condannata dall’ignoranza, dal pregiudizio e dall’abbandono di chi poteva fare qualcosa per lei e non l’ha voluto o potuto fare.

Antonia verrà bruciata sul rogo a Zardino l’11 settembre 1610.

Tristemente penso a tutte quelle persone che sono molestate, violentate, uccise, per il solo motivo di essere ribelli, anticonformisti, in una sola parola: DIVERSI.

I personaggi e la “bassa” del Sesia

Il Vassalli, ci dipinge in modo capillare tutti i comprimari di questa triste storia, lo fa per descrivere il carattere della gente, vuole costringerci a pensare che questo popolo così apparentemente distante da noi, in fondo, o nemmeno poi tanto, siamo noi, nelle nostre case, nelle città, chiusi nelle nostre paranoie, con i nostri paesaggi di vigneti e boschi. Ho scoperto diversi personaggi, talvolta umani e comici come il quistone (un prete mago), talvolta severi e folli come Don Teresio il nuovo prete, che avrà un ruolo determinante nella storia di Antonia; il Vescovo di Novara Bascapè; Rosalina che faceva la prostituta e che, suo malgrado, troveremo sempre in punizione, il nobile divenuto delinquente Don Caccetta, i Lanzi che con le loro feste hanno provocato la scomunica di Antonia, che ha finito per ballare con loro. Il pittore di edicole che ritrae la figura di Antonia per dipingere la Madonna del Buon consiglio in un’edicola del paese. Ma vi potete immaginare? L’invidia delle comari, brutte e gobbe, rovinate dai figli e dalla fatica nei campi.

Antonia la strega di Zardino

Antonia vive il suo tempo e cresce bene; purtroppo per lei perché ha l’orrenda colpa di essere bella, molto più bella delle altre. Questo aspetto si scoprirà essere un dettaglio devastante in quanto la bellezza incarna l’entità stessa del demonio. Da questo momento ogni storia di Antonia sarà strumentalizzata, così per i tanti detrattori è cosa facile mentire davanti al terribile tribunale dell’inquisizione. Le sue vicine di casa diranno che ella partecipava ai sabba e si accoppiava con numerosi demoni, era responsabile delle morti dei bambini e ogni sorta di infamia, come attribuirle la siccità straordinaria. Purtroppo Antonia rappresentava il capro espiatorio e durante il processo non avrà nessuno sconto, anzi; si troverà pedina in giochi di potere e rivalse politiche. Perché purtroppo la Storia è inevitabilmente scritta da vescovi, nobili e signorotti e noi “POVERICRISTI” non possiamo farci niente… deve essere stato il pensiero dei genitori adottivi, come se avessero perso la figlia durante una calamità naturale.

Vassalli e Manzoni due storie simili?

Troverete anche molte interessanti affinità con “I promessi sposi”: entrambi i romanzi sono ambientati nello stesso periodo, durante la dominazione spagnola in Lombardia e la storia di Renzo e Lucia riprendono la triste storia di Antonia e Gasparo il camminante, figura tuttavia doppia e falsa. Vassalli e Manzoni, del resto si perdono nella descrizione psicologica approfondita dei loro personaggi.

Il rogo

Non posso esimermi dall’anticiparvi (chiedo scusa ma lo ribadisco, già il Vassalli non vi sconterà nulla), che il rogo al quale Antonia è sottoposta è visto come una maledetta festa di piazza per TUTTI, perché il raccolto tornerà ad essere abbondante, perché non ci sarà più la siccità, i bambini non moriranno più e i fedeli continueranno a pagare le decime. Tuttavia: ATTENZIONE a salire sul carro del giudizio, tra queste persone che esultano il trionfo del bene, Vassalli ci mette TUTTI, ignoranti, spaventati, influenzabili, nelle nostre pazzie collettive.

Perché chimera?

E’ mia opinione pensare che all’interno del romanzo tutti i personaggi auspichino a qualcosa di irrealizzabile. Antonia s’innamora di quel furfante di Gasparo perché le promette di andare a Genova dove lei vedrà il mare. Tuttavia ognuno di loro non rinuncia mai a inseguire questa utopia, forse anche per una presunzione culturale che diventa limite. Soprattutto questo si evince in Antonia che con il sua determinazione non rinuncia alla strenua difesa, fino alla fine.

Conclusioni

Spero che la lettura di questa mia umile (1) riflessione ci spinga, ancora una volta se possibile, a migliorarci e far sì che la condizione femminile non possa più essere vissuta come un rischio mortale.

La mia riflessione poteva essere ben più generosa, tuttavia vi rimando alla lettura e alla rilettura.

  1. al cospetto di Antonia e della storia, mi ritengo anch'io responsabile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il pensiero poetico è immagine e carezza violenta

Quando scatto una foto non mi limito a studiare l’immagine, so di realizzare un pensiero poetico. Curo i dettagli, spio attorno, controllo le sfumature, la luce. Fermo l’attimo, ne studio il contesto, le cause. Parimenti le mie poesie non possono essere immediate, facili, vogliono essere ritratti, emozioni, carezze violente*, brezze leggere e maestrale.

Leggete a voce alta! Emozionatevi!


Come il vento sui tulipani

Rugiada con parole di niente
gli eroi ora d’autunno
come volti d’esistenza

Sto in abissi luminosi
il mio cuore ogni ramo
come braccia violente
sulla collina verso la fattoria distesi

Verso amori graffiati
dall’acido mischiati
una tempesta tutto tace
ape cespuglio di lavanda

Gemo al tuo richiamo
al tepore di un sorriso
sciogliendomi nell’insulto
mai così caro
    mai così amaro

Dea nuda

Quanto desidero
tu possa esser maga del mio corpo

Sciamano con artigli smaltati
druido celtico con il potere della luna
sacerdotessa negli orrendi sacrifici
faraone onnipotente acclamato dal suo popolo

Dea nuda
quanto desidero
tu possa esser signora del mio corpo

Quando

Come il pescatore all’alba
assesta il gozzo per le onde
ogni palamito prepara e l’esca dispone paziente

I raggi illuminano ogni grotta
la luna sussurra fiducia
la tramontana si queta
i frammenti di buio non spaventano

Vi guarderò di lontano sparire
nell’ombra della lanterna

Balla con lei la mia solitudine
cerco un rifugio in te che sei le mie tenebre
dicendo all’ombra di fuggire
e pago dazio nei tuoi occhi scuri
è tra i prati e la nebbia che raggiunge le case
ogni nido si svuota
il mezzogiorno d’autunno che vivo
il sapore della luce si confonde con il cuore di sole
le onde gemono come gli sperati brividi
lentamente morivo di te
nella vicina foresta che brucia
sorridendo gli inverni di gelo
sperando di aprire un sogno
lentamente morivo di te

Uno sguardo

Uno sguardo ancora ti prego

Per le mie malinconie
Stasera soffro l’anima distaccata
L’arpeggio del poeta ha una sola corda
Che suona di vuoto a perdere
Vuoto come questa campagna d’arbusti
Seccata come la tua fuga
Uno sguardo soltanto
Mi sia consentito per sperare
Ancora silenzi e fumo
Sirene lontane per quest’esilio volontario
Errerò vagabondo geloso del micio
In cerca della prossima tequila
Da bruciare in un ristorante francese
Ubriachi come mariachi dopo tacos e queso
Viaggerò e perderò il mio tempo
Nei bordelli di San Miguel de Allende
I miei sandali alzeranno la polvere
Sulla pista verso Nord Ovest
Parlerò con un vecchio pazzo
Mi farà bere pomodoro birra e chili
Ascolterò la voce di Chavela
Ricca e triste come le feste gitane
Mi fermerò presso il muro che ho nel cuore

Ramingo su sentieri primitivi
Inseguendo farfalle restituendo loro i colori

 

Senza la fine di nulla

Sento soltanto fruscii
frinire di grilli
fusa di gatti randagi
Fumo di candele spente

è questa politica che non dà passioni
solo narcosi di massa

crollo di ponti
e figli morti in mare
dove sono morte le loro madri

spegnendo ogni lotta
con sociali distrazioni

senza la fine di nulla
nessuno uscirà vivo

(*) Una carezza violenta è il titolo del mio romanzo

La poesia libera!

La poesia libera! Libera la poesia!

Cari lettori!

Questa sera ho pensato di leggervi qualche testo, presentando i miei versi con un titolo ambizioso dal valore altissimo. La poesia libera l’animo, di chi scrive e di chi legge: ci porta in modo sensazionale “fuori da qui”.

Senza dubbio non si tratta di fuga; siamo in presenza di un distacco, di un’astrazione in un mondo parallelo, entriamo nel paradosso spazio temporale del nostro io più recondito.

Non voglio stasera pensare al mondo: ai mille fatti, discutere di politica, di giusto o sbagliato. Mi perderò nella musica del verso libero lasciando ogni responsabilità a tutta la quantità di musica e ritmo che sapremo carpire dalla vita. Perciò ad alcuni testi ho legato un brano da ascoltare, se si desidera può aiutare la lettura.

Spero di suscitare emozioni ricordando un particolare, un soffio di vento, un bacio, una carezza violenta.

Mi raccomando leggete sempre a voce alta:

Robert Miles – Children

Samba Pa Ti – Santana – Live at Montreux 

Everloving – Moby

 

Concierto de Aranjuez

 

Confortably nunb – Pink Floyd

Jean Michel Jarre – Oxigene 4

 

 

 

Un tifone a Playa Santa Lucia (Cuba)

Playa Santa Lucia

Arrivammo nel villaggio di Playa Santa Lucia nel Gennaio 2017, nella zona Nord Est dell’isola, nei pressi della cittadina di Camaguey; che si raggiunge comodamente con volo da Milano Malpensa. L’obiettivo era la grande barriera corallina da raggiungere in catamarano oltre alle numerose immersioni. Purtroppo tutti i nostri sogni vennero a infrangersi nel tifone che colpì la zona per diversi giorni. Nulla di troppo pericoloso o devastante, per carità, si trattava di una perturbazione con venti settentrionali e molta pioggia, alternata a qualche schiarita.

Quello che ti colpisce su questa isola è la calma. Questa è un’isola dove il tempo ha una costante diversa.

Certamente perdemmo una buona chances e tanto valeva comunque affogarsi nel buon rhum e dedicarsi a qualche foto d’effetto:

Non è raro trovare gli anziani del posto seduti a scrutare l’orizzonte, fumando un sigaro e bevendo un distillato. Non ho ritoccato la foto: le goccioline sull’obbiettivo rendono l’immagine piena di colore e sfumature

 

Nel villaggio non ci perdemmo d’animo e grazie agli animatori trovammo le alternative: pallavolo sotto la pioggia, giochi e assaggi di rhum, dopo le immancabili passeggiate sulla spiaggia, dove potete trovare tipi decisamente curiosi. Questo raffigurato nell’immagine è un noto trafficante di poesia dei due mondi.

Provai in tutti i modi a convincere il Capitano del catamarano a uscire in mare, ma non ci fu nulla da fare.

E il mio pensiero ritorna a chi indomito il mare lo solcò: “Sento già cannoneggiare i pirati e abbordando lama tra i denti, senza pensare, senza terra; Anime irrequiete ora volanti.” 

Troppo pericoloso. Inutile lamentarsi e comunque come ebbe a scrivere William R. Alger:  “Dopo ogni tempesta il sole sorriderà, per ogni problema c’è una soluzione, e il dovere inalienabile dell’anima è di essere di buon umore.”

 

Un’immagine della spiaggia lunghissima. Già le foglie si piegano slanciandosi al vento del Nord

 

Una tipica abitazione dei pescatori. Finestre inchiodate e una piccola e malandata sedia davanti al giardino.

La casa sulla spiaggia

Il tifone

Dopo questa settimana il viaggio, dopo un lunghissimo trasferimento in autobus, mi portò a L’Habana, dove ospite di un amico ho potuto girare la città per un indimenticabile weekend, finanche raggiunsi l’aeroporto e m’imbarcai per Mexico City. Ma questa è un’altra incredibile avventura.

Vi lascio con altri miei versi:

E’ l’ora di stendere le vele / Farle mie ancora verso il mare / Possenti bianche gonfie / Come nuvole per Dio /Baciate da Dio soltanto

 

Un raro momento di sole. Anche il bimbo non sembra convinto. Una foto che ho fortemente cercato: il pallone e la testa inclinata, l’hanno impreziosita

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